La gara nella scuola calcio: il valore educativo del gioco competitivo

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Perché la partita è centrale nella formazione del bambino e perché tutti devono giocare!

Nel dibattito sul calcio giovanile, la gara è spesso al centro di interpretazioni contrastanti.
Per alcuni rappresenta un momento da ridimensionare, per altri è l’elemento dominante dell’attività sportiva. Nella scuola calcio, però, la partita non può essere ridotta né a un semplice confronto competitivo né a un evento secondario.
La gara è uno strumento educativo complesso, potente, irrinunciabile.


La
scuola calcio non è un contesto di prestazione, ma di formazione.

In questo quadro, la gara assume un significato profondamente diverso rispetto al calcio degli adulti. Non serve a classificare, selezionare o giudicare, bensì a offrire esperienze che permettano al bambino di crescere attraverso il gioco.

 

Durante una partita il bambino vive contemporaneamente aspetti motori, cognitivi ed emotivi. Deve correre, coordinarsi, osservare, decidere, comunicare.

Nessuna esercitazione analitica può riprodurre la complessità di una gara reale.

È in partita che il bambino sperimenta l’imprevedibilità, elemento chiave dello sviluppo dell’intelligenza calcistica. La gara è il luogo in cui il calcio prende vita.
È il contesto in cui l’apprendimento diventa significativo
perché è legato all’emozione.
Le neuroscienze ci insegnano che si impara meglio quando l’esperienza è emotivamente coinvolgente: la partita risponde perfettamente a questa esigenza.

 

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Immaginiamo di tornare bambini..

E’ una mattina qualunque, la sveglia che suona, bisogna prepararsi per andare a scuola. La colazione preferita, una doccia in fretta, lo zaino è pronto. Appena arrivati a scuola, un saluto in fretta ai compagni ed ecco che la maestra parte con le attività. Ma nella testa del bambino un dolce pensiero inizia a prendere piede: “Oggi c’è scuola calcio, voglio fare un goal bellissimo e far vincere la mia squadra”. Tra una materia e l’altra, una ricreazione in fretta, due battute e si riparte, la verifica scritta è pronta ma nella testa del bambino si immagina il goal vittoria. Di tacco? Al volo? La rovesciata sarebbe bellissima.. La giornata scolastica sta per terminare, l’entusiasmo al suono della campanella, si ritorna a casa per pranzare. E l’ora dei compiti ma nella testa lo stesso pensiero: “Non vedo l’ora di andare a scuola calcio!” Finalmente ci siamo, la divisa è pronta, le scarpe sono pulite pronti per andare al campo per fare la “partita”. Eccoci qui, finalmente in campo due palleggi e parte la prima domanda: “Mister ma faremo la partita?" Il mister risponde: "Solamente se farete tutte le attività." Si parte con la prima attività, la seconda e di nuovo la stessa domanda a cui segue quella del mister: “Se vi comportate bene la faremo.” Piccola pausa mentre nella testa ci si immagina la squadra preferita, ma purtroppo bisogna ancora attendere, il mister ha preparato altre attività.
Si riparte, il tempo scorre e le attività bisogna farle, ma la “partita”? Il tempo rimasto a disposizione è pochissimo ed ecco che il mister ha fischiato, magari ci siamo, finalmente!

“Ragazzi purtroppo non abbiamo molto tempo, giocheremo la prossima volta!”

Provate a mettervi nei panni del bambino, immaginate la sua espressione, il suo volto e il goal che ha sognato dalla mattina. Immaginate di tornare bambini…

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Il diritto di giocare nella scuola calcio

Uno
dei principi fondamentali dell’attività di base è il diritto al gioco. Tutti i bambini devono giocare, indipendentemente dal livello di abilità. Nella scuola calcio il tempo di gioco della gara non è una ricompensa, ma una condizione necessaria per l’apprendimento.

Limitarlo significa interrompere il processo educativo.
Un bambino che non gioca perde fiducia, motivazione e senso di appartenenza.
Al contrario, un bambino coinvolto si sente parte del gruppo, accetta l’errore e sviluppa autostima.
Il calcio giovanile è pieno di falsi miti, uno dei più diffusi è quello del talento precoce. La crescita dei bambini è discontinua, irregolare, influenzata da fattori fisici, emotivi e sociali. Anticipare giudizi significa rischiare di escludere chi ha semplicemente bisogno di più tempo.

La scuola calcio deve essere un ambiente che deve accogliere anzichè selezionare.
Solo così può diventare un luogo di crescita reale e duratura.


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Si attacca e si difende insieme: si gioca insieme

 

Creare situazioni in cui una squadra attacca e l'altra difende è fondamentale per sviluppare la comprensione del gioco del calcio. Il bambino avrà modo di apprenderne le sue fasi, transizioni,equilibri da riconoscere e gestire. Perchè attaccare non significa solo andare verso la porta, ma occupare spazi, collaborare, scegliere. Difendere non significa subire, ma leggere e anticipare le giocate come aiutare l'amico. Vivere entrambi i ruoli permette al bambino di sviluppare una visione completa del gioco.
Assegnare ruoli fissi o limitare i compiti in base alle caratteristiche fisiche è un errore educativo. La scuola calcio deve offrire esperienze varie, stimolanti, inclusive.Alternare attacco e difesa aiuta a evitare etichette e favorisce lo sviluppo armonico del giocatore.

La gara espone inevitabilmente all’errore. Ed è proprio questo uno dei suoi valori più alti. Sbagliare in partita permette al bambino di comprendere i propri limiti e di lavorare per superarli. Un ambiente che penalizza l’errore genera paura e blocco emotivo; un ambiente che lo accetta favorisce coraggio e creatività.

Educare significa anche insegnare a perdere, ad aspettare, a reagire.
La partita è una palestra emotiva straordinaria.


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Conclusione

La gara nella scuola calcio non è un problema da gestire, ma una risorsa da valorizzare.
Far giocare tutti, accettare l’errore, creare situazioni di attacco e difesa significa restituire al calcio il suo valore educativo più autentico. Solo così la scuola calcio può formare non solo calciatori migliori, ma persone più consapevoli. Allenatori, dirigenti e genitori sono chiamati a proteggere il senso educativo della gara. Il loro comportamento influisce direttamente sull’esperienza del bambino. Una parola sbagliata, una pressione eccessiva o un’esclusione possono lasciare segni profondi. Il risultato non deve mai diventare l’obiettivo.
L’obiettivo è crescere, imparare, divertirsi.

 

Antonio Auciello

 


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