Prima di concentrarsi sull'estate, senza l'ansia di dover postare foto, immagini o la citazione motivazionale della domenica, riflettevo a telefono spento su questa enorme agitazione professionale che attraversa il magico mondo delle terapie online. Un dibattito acceso, che non è un esercizio accademico, ma una lotta che mira dritta alla nostra dignità professionale. Sia chiaro: non voglio assolutamente demonizzare le terapie online. Esistono da quando esistono le videochiamate. Sono comode, accorciano le distanze, le uso felicemente anche io e, se vogliamo dirla tutta, hanno avuto il grande merito di sdoganare tabù medievali di ogni genere in merito alla nostra professione. Il problema non è lo schermo. Il problema è la pretesa di applicare alla cura della mente le stesse identiche logiche con cui si ordina una pizza ai quattro formaggi da un'applicazione. E di pizze con il motorino, per mantenermi agli studi mentre frequentavo l'Università, ne ho consegnate a migliaia. So bene come funziona una consegna a domicilio, ed è per questo che so che la psicoterapia è un'altra cosa.
Nel periodo appena successivo alla pandemia, in un mondo fatto di macerie emotive ad ampio raggio, era evidente quanto la responsabilità civica di noi psicologi potesse realmente fare la differenza. Una responsabilità da restituire in termini umani e soprattutto autentici. Costrutti, questi, che stridono violentemente con quel maledetto ipercapitalismo che attanaglia le nostre esistenze. Sarò di parte, ma non possiamo fare finta di nulla. Anche perché oggi l’algoritmo delle piattaforme digitali è paragonabile a una corrente interna di un partito della Prima Repubblica: pronto a portarti in cima alle hit parade o a farti sprofondare direttamente nell'oblio con un clic. E allora mi chiedo: perché partecipare a questa mattanza autorizzata? Da che parte scegliamo realmente di stare? In questo supermarket della mente, perché devo per forza rassegnarmi a fare il commesso?
Certo, la via dell'appalto digitale è comoda. Ti preparano tutto loro, comunicazioni e grafiche comprese. Tu te ne stai lì ad aspettare la prossima prestazione, da svendere praticamente a metà prezzo nel nome del "salvadanaio comodo" garantito ogni mese. Nel mentre, speri e preghi in buone recensioni che ti tengano alto nella classifica della piattaforma leader del settore (spoiler: sono tutte rigorosamente "leader del settore"). Diciamoci la verità, senza ipocrisie: è una dinamica che ricorda molto da vicino quella tra magnacci e prostitute. Sì, esattamente. Farsi un solo colloquio gratuito pur di agganciare il cliente, farsi scaraventare come una banderuola da una parte all'altra del proprio ruolo, svuotato ormai di ogni briciolo di dignità. Come le puttane. Sì, esattamente.
Il terapeuta, per definizione, è sempre stato il custode del setting e delle regole. Com'è possibile che il custode delle regole abbia consegnato il suo ruolo a qualcuno (o qualcosa) che nemmeno esiste? Di certo i giganti del digital health sono stati bravi. Hanno presentato un pacchetto evoluto in termini di risoluzione dei problemi, usando come cavallo di Troia i concetti di "salute" e "benessere psicofisico". Ricordo come in un certo periodo il marketing del “in due sedute ti tolgo l’ansia” funzionasse pure. Poi la pandemia ha sgamato terribilmente questa logica irrealistica. E allora, per correre ai ripari, si è pensato di incasellare il dolore non più solo con qualche fredda analisi di mercato, ma con un cavallo di Troia attrezzato, comodo e simile a un unicorno colorato, ma pieno di guerrieri armati di taccuino e metriche aziendali.
Quindi, in pratica, secondo questa logica io sono bello, bravo e "professionale" se rispondo istantaneamente alle domande in direct, alle notifiche, ai messaggi, se accumulo views e stories. Sono credibile solo se risolvo problemi alla velocità della luce, come Mr. Wolf in Pulp Fiction. Questo sito web in cui state leggendo nasce dopo quasi dieci anni passati a masticare piani editoriali, grafiche, rubriche, tag, balletti e link in bio. Poi, ad un certo punto, ho pensato che il terapeuta non può portare le persone a Roccaraso pur di racimolare contatti. Facendo questo passo indietro si diventa forse scomodi, forse anacronistici, ma è la cosa più giusta e rispettosa da fare verso se stessi e verso la propria professione.
La psicoterapia richiede tempo, unicità e relazioni autentiche. Non è performance. Non è marketing. Forse è semplicemente imperfezione, meravigliosamente perfetta.
L’ipercapitalismo, invece, richiede l’esatto opposto: abbonamenti mensili in stile Netflix che mirano a una becera standardizzazione, veloce e spersonalizzata. Ma i rapporti umani non possono essere ottimizzati per il profitto di terzi. L’alleanza terapeutica si fonda sulla fiducia e sull’incontro reale tra due persone in carne e ossa. Qualcosa che un algoritmo di assegnazione automatica, per quanto sofisticato, capisce meno di zero.
Da aspirante psicoanalista, mi viene in mente un testo difficilissimo e preziosissimo: "Il vero e il falso" di Enzo Codignola (Bollati Boringhieri, 1977). L’essenza stessa della psicoanalisi sta nella faticosa e dolorosa distinzione tra ciò che è autentico (il Vero) e ciò che è mera maschera, difesa o mistificazione (il Falso). Il setting analitico nasce proprio como l'unico luogo al mondo in cui il paziente può finalmente smettere di recitare la commedia della sua vita, l'unico posto in cui far cadere le difese. Una prospettiva, questa, decisamente lontana da quel "falso sé" pseudoprofessionale fatto di sorrisi da catalogo e recensioni a cinque stelle per rassicurare il mercato.
Una prospettiva con cui chi fa questo lavoro deve necessariamente e quotidianamente fare i conti.
La verità clinica non si adegua ai tempi di consegna come un Amazon qualunque. Come insegnava Codignola, smascherare il falso richiede tempo, silenzi, vicoli ciechi e, soprattutto, la tenuta di una relazione reale, che non ha nulla a che vedere con il concetto di "ottimizzazione". Se trasformiamo la terapia in un bene di consumo da esaurire in un clic, non stiamo curando il paziente: stiamo solo validando le sue difese più superficiali. Gli stiamo vendendo una finzione ben impacchettata, un "falso benessere" pur di non toccare il vero nucleo del problema.
Scegliere di stare fuori da questo meccanismo è una scelta di campo.
Significa accettare di essere un po' come l'ultimo dei Mohicani che rivendica il valore sacro della cura. Significa rifiutare l’idea di essere una falciatrice a cottimo.
È una posizione scomoda per natura, certo, ma è l'unica mossa possibile se si vuole rimettere al centro la persona e la relazione terapeutica nella sua forma più pura e libera.



















