Lunedì sera sarei potuto rimanere a casa. Sicuramente sarei crollato presto dopo una giornata lunga e sfiancante per il caldo; invece, ho risposto a un invito per vedere Temptation Island a casa di amici.
La convivialità, dopotutto, è un dono del cielo.
Intanto devo ancora riprendermi, anche perché per il mestiere che svolgo diventa difficile far finta di nulla. C'è davvero bisogno di psicologi, anche nel programma televisivo.
La sfida emotiva vera, forse, è proprio questa.
Da terapeuta, ne sono uscito svuotato. Allibito. Professionalmente disarmato. Quello a cui ho assistito non è un "viaggio nei sentimenti". È un bollettino di guerra dell'analfabetismo emotivo, una fiera del sadomasochismo relazionale in cui la dignità personale viene barattata in cambio di un barlume di visibilità.
Perché milioni di italiani si drogano di questo scempio?
Prima di entrare nel merito clinico dei singoli casi, facciamoci la domanda da un milione di euro: perché eravamo in tre milioni davanti allo schermo a guardare questo disastro dei sentimenti?
Non è solo per il gusto del trash. C’è un meccanismo psicologico molto più sottile e rassicurante in atto: il confronto sociale verso il basso (downward social comparison). Guardare due persone che si insultano per un balletto sulla spiaggia, o che piangono disperate perché il partner ha accettato una fetta di anguria da una modella in bikini, ci fa sentire improvvisamente sani, risolti, persino dei giganti della maturità affettiva. È una catarsi a basso costo: proiettiamo le nostre miserie relazionali su di loro, le vediamo amplificate e ridicole, e andiamo a dormire pensando: "Beh, dai, dopotutto io e mio marito non stiamo messi così male".
Spoiler: a volte state messi male uguale, solo che non avete Filippo Bisciglia che vi passa i video.
I Casi Clinici della serata
Caso Clinico 1: Il "Falò a tre" (Ovvero: come delegare la dignità a uno smartphone)
Se pensavate che il fondo fosse stato toccato con i balletti dei tentatori, ieri sera abbiamo iniziato a scavare. Assistiamo al falò tra Alessandra e Rosario, con l'incursione della single Giada che si siede sulla sabbia, tira fuori il telefono e lo porge ad Alessandra per dimostrare che "tra lei e Rosario non c'è stato nulla fuori dalle telecamere".
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Nella clinica della coppia, la fiducia è un costrutto interno basato sulla sintonizzazione emotiva. Lunedì sera abbiamo visto la sua totale esternalizzazione. La fiducia non si cerca più negli occhi del partner, ma nella cronologia delle chat di WhatsApp di una terza persona pagata per tentarti. È il trionfo del controllo ossessivo spacciato per risoluzione del conflitto.
Un cortocircuito in cui lo smartphone diventa il feticcio di una relazione già chiusa.
Caso Clinico 2: Soraya, Dimitri e l'arte di sparire
Poi c’è Soraya. Qui l'ironia lascia spazio a un senso di profonda tristezza. Soraya flirta con Dimitri perché Dimitri le fa da specchio. Le restituisce quell'immagine di ragazza desiderabile e leggera che il fidanzato Cristian le nega costantemente, arroccato com'è nella sua difesa da neandertal.
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Un classico caso di dipendenza affettiva con perdita dell'identità. Soraya, pur di non perdere il legame, si annulla, scusa l'inescusabile e poi, per compensare il vuoto pneumatico, si aggrappa al primo "tentatore" che le rivolge due parole di senso compiuto. Assistere alla sua totale incapacità di proteggersi è stato come guardare un pedone che vede arrivare un tir e decide di andargli incontro per chiedergli un passaggio. Insomma, un bel percorso di analisi risulta determinante per comprendere meglio forme e significati.
Caso Clinico 3: Giovanni e il sequestro emotivo (Ovvero: "Metto il villaggio sotto e sopra")
Non possiamo chiudere questa rassegna senza analizzare il momento di massima tensione della serata: la crisi di nervi di Giovanni nei confronti della fidanzata Sabrina. Dopo aver visto la compagna pericolosamente vicina al single Lory (tra creme solari spalmate e sguardi d'intesa), Giovanni ha avuto un vero e proprio breakdown emotivo, culminato nella minaccia fisica nei confronti del villaggio turistico stesso: "Prendo il villaggio e lo butto sotto e sopra. Non è una minaccia, è un avvertimento. Chiedo il falò immediato!".
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Dal punto di vista clinico, qui siamo davanti a un caso da manuale di sequestro emotivo. Quando lo stimolo visivo ha superato la sua capacità di elaborazione cognitiva, il lobo frontale si è letteralmente spento, lasciando spazio a una risposta primordiale di attacco o fuga.
Ma la vera perversione relazionale risiede nella comunicazione.
Quel "non è una minaccia, è un avvertimento" è un capolavoro di dissonanza cognitiva e manipolazione linguistica. Giovanni, non potendo gestire il dolore del tradimento e dell'umiliazione pubblica (visto che lei aveva anche precedentemente sminuito il suo lavoro), ha tentato di ripristinare il controllo perduto attraverso l'iper-mascolinità e l'aggressività verbale. Un tentativo disperato di nascondere una profonda vulnerabilità e un senso di impotenza dietro una maschera di distruzione materiale. Anche qui, la totale incapacità di dire semplicemente: "Sto soffrendo da morire, voglio andarmene". No, meglio scalciare e minacciare di demolire l'arredo urbano del villaggio.È proprio vero: le vie dell'acting out (la "cascetta" totale, come la chiamava il mio grande Prof. Agresta) sono infinite.
Appendice: I Tentatori (L'anestesia totale del lobo frontale)
Apriamo una parentesi d'ufficio su queste figure mitologiche: i tentatori e le tentatrici.
Se l'evoluzione umana ha impiegato milioni di anni per sviluppare la corteccia prefrontale e il linguaggio complesso, abbiamo assistito a una decisa inversione di rotta.
Ragazzi e ragazze bellissimi, per carità, ma affetti da un analfabetismo funzionale così marcato che persino formulare una frase con una subordinata sembrava un'impresa titanica. Eppure, in questa totale assenza di contenuti, i fidanzati e le fidanzate proiettano i loro bisogni più disperati. Dimostrazione scientifica che quando sei emotivamente denutrito, anche un miraggio di plastica ti sembra un'oasi nel deserto.
Perché in quel programma servirebbe uno psicologo (Vero) e non un falò
Arrivati a questo punto, sorge spontanea una riflessione. Filippo Bisciglia è bravissimo nel suo ruolo di traghettatore di anime perse, per carità. Ma lì in mezzo, a fare da paciere o da confessore, ci dovrebbe essere uno psicoterapeuta. Perché altrimenti l'invischiamento ti prende e ti porta via.
È chiarissimo quanto il format si basi sull'acting out continuativo.
I protagonisti provano un'emozione intollerabile (ansia, gelosia, senso di inadeguatezza), non hanno gli strumenti cognitivi per elaborarla e la traducono immediatamente in un comportamento distruttivo: flirtare per vendetta, distruggere le stanze, insultare.
Uno psicologo in quel contesto non servirebbe a "salvare le coppie" (molte sono giustamente da eutanasia relazionale), ma a fare ristrutturazione cognitiva in tempo reale. Servirebbe a bloccare le manipolazioni prima che diventino traumi, a spiegare a Francesca che il controllo ossessivo è una nevrosi e non amore, e a Soraya che cercare conferme da un tronco di pino in costume non curerà i suoi vuoti d'infanzia. Servirebbe, insomma, a evitare che la sofferenza psicologica reale venga data in pasto al pubblico come se fosse un Colosseo di corna.
E poi va dritto in supervisione perché in burnout, giustamente.
Vi siete mai chiesti agli psicologi, poi, chi ci pensa? Naturalmente altri psicologi, no?!
Bene, abbiamo aperto dicendo che la convivialità è un dono.
Ho ricevuto nuovamente l'invito per lunedì sera.
Accetterò, però stavolta porterò da bere. Ed un libro di antropologia culturale.
Non mi faccio fregare.






















