Tornare a casa è un’illusione: trauma e nostalgia nell’Odissea di Nolan

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Diciamolo subito: d'estate non capita solamente di osservare clinicamente Temptation Island.
Gli scenari marini tra villaggi ed isole corrono il rischio di richiamare all'epica più epica che mai.

Lo fa Christopher Nolan, decidendo di misurarsi con il mito supremo della cultura occidentale, andando oltre la semplice avventura fatta di mostri, dei e canti di sirene. The Odyssey (L’Odissea) si rivela un’anatomia spietata della mente di fronte al trauma, alla perdita e al fascino velenoso del sentimento odierno per eccellenza: la nostalgia.

«Dopo un viaggio sono la stessa persona?»

Nolan ha compiuto un’operazione culturale chirurgica: ha tradotto il mito omerico per l'uomo contemporaneo, trasformando il nostos (il ritorno) da un semplice spostamento geografico a una vera e propria crisi di identità. Ho provato a fornire alcune chiavi di lettura cliniche per comprendere la portata imponente di questo film.

1. Il mare come "Spazio Dissociativo" e la trappola della nostalgia

Dimenticate l'eroe astuto e incrollabile della retorica scolastica. L'Odisseo di Nolan è un veterano affetto da PTSD complesso. Dieci anni di violenza a Troia hanno decostruito la sua architettura psichica, e il mare non è uno spazio fisico: è la proiezione della sua instabilità emotiva e dei suoi stati dissociativi.

Nella nostra epoca — caratterizzata da precarietà, isolamento e iper-connessione — la nostalgia è diventata un'inquietudine esistenziale. Non è la mancanza di un luogo, ma il desiderio disperato e impossibile di tornare a chi eravamo prima della ferita. Un remake continuo e sfiancante.

Nolan mostra come la nostalgia possa trasformarsi in una difesa patologica. I mostri e le isole diventano le tappe di un enactment (messa in atto) del trauma:

  • I Lestrigoni: Mostrano come l'evitamento psicologico e la tentazione della sostanza o della fuga dissociativa siano un modo per anestetizzare il presente.

  • Calipso e Ogigia: Mostrano la trappola della dipendenza simbiotica, dove l'Altro vuole possedere l'oggetto senza mai riconoscerlo come soggetto autonomo.

2. L'Architettura della Cura: Il Femminile come Specchio e Regolazione

Se il viaggio di Odisseo non sprofonda nel caos, è grazie alle figure femminili che costellano il suo percorso. In chiave psicodinamica, il femminile nell'Odissea non è un contorno decorativo, ma rappresenta l'Anima e l'impalcatura relazionale della guarigione:

  • Circe e la tentazione regressiva: Incarna il rischio della difesa somatica, dove il trauma trasforma gli uomini in bestie impaurite; Odisseo deve integrare il suo limite per non rimanere bloccato nella pulsione.

  • Calipso e la funzione di Rispecchiamento (Mirroring): Accoglie il naufrago disumanizzato senza giudizio, offrendogli la prima vera "base sicura" per poter raccontare la propria storia e riordinare la memoria traumatica.

  • Atena e la Mentalizzazione: È la voce interiore della regolazione emotiva, la funzione riflessiva che interviene nei momenti di iper-attivazione affettiva (arousal) per impedire il crollo o l'esplosione impulsiva.

  • Euriclea e la Memoria Somatica Primaria: Con il gesto intimo del lavaggio dei piedi, la nutrice riconosce la cicatrice prima che la mente elabori. È la cura del corpo che precede la parola.

3. «Il corpo accusa il colpo»: La neurobiologia della cicatrice

Nel suo celebre saggio, Bessel van der Kolk ha dimostrato come le memorie traumatiche non vivano sotto forma di racconti ordinati nella testa, ma vengano impresse nel corpo biologico, nei muscoli e nel sistema nervoso ipervigile.

L'Odisseo di Nolan incarna alla perfezione questo cortocircuito somatico. Il suo corpo è incapace di rilassarsi; anche quando la tempesta cessa, le sue spalle restano contratte e il suo sguardo continua a perlustrare l'ambiente in cerca di pericoli invisibili. La celebre cicatrice sulla gamba con cui viene riconosciuto non è solo un segno di distinzione epica: è la memoria embodied (incarnata) della ferita che rifiuta di scomparire. La mente può tentare di dimenticare o idealizzare il passato, ma il corpo non mente mai.

Personalmente, nella mia breve esperienza clinica ricordo affettuosamente una paziente che mi spiegò come le cicatrici siano capaci, nonostante la loro fragilità data da quel sottile lembo di pelle, di respingere ogni forma di "sporco", rendendo la pelle inattaccabile. Se il trauma lo vedessimo così, cambieremmo prospettiva o atteggiamento?

4. Odisseo e Telemaco: Il crollo del mito e l'attaccamento guadagnato

Uno dei nodi emotivamente più devastanti del film risiede nella riorganizzazione del legame tra Odisseo e suo figlio Telemaco. Cresciuto nell'ombra di un padre idealizzato ma assente, Telemaco sviluppa un Modello Operativo Interno (MOI) segnato dall'ansia di abbandono e da una dolorosa impotenza di fronte all'occupazione dei Proci.

Quando i due finalmente si ritrovano nella capanna di Eumeo, non assistiamo a un trionfo epico, ma a uno shock di de-idealizzazione: Telemaco ha davanti non un Dio della guerra, ma un uomo ferito, sporco, fragile e in lacrime. È solo attraverso l'accettazione di questa vulnerabilità che il figlio può abbandonare il fantasma del mito paterno, accedere alle proprie risorse assertive (agency) e costruire, sul campo, un attaccamento sicuro guadagnato (earned secure attachment).

5. Il cenno d'intesa sulla prova dell'arco: Spezzare il trauma intergenerazionale

C'è una sequenza nel film che ogni clinico e ogni genitore dovrebbe studiare al rallentatore: il momento della prova dell'arco. Telemaco afferra l'arma e arriva quasi a tenderla, dimostrando di possedere la stessa forza del padre. Ma proprio mentre sta per incoccare la freccia, Odisseo lo blocca con un impercettibile gesto della mano e uno sguardo d'intesa.

Non è un atto di castrazione o di gelosia. In termini relazionali, è un gesto di de-parentificazione e protezione: Odisseo si fa carico della parte distruttiva e traumatica della vendetta, dicendo al figlio: «Vedo che sei forte quanto me, ma non devi caricarti del mio peso. Questo è il mio compito, tu devi essere preservato per il futuro».

È il momento clinico in cui Odisseo interrompe la trasmissione intergenerazionale del trauma (intergenerational transmission of trauma). Scegliendo di non far impugnare al figlio la propria violenza, il padre spezza la catena del dolore ereditario, permettendo a Telemaco di non diventare l'erede delle sue guerre.

6. Penelope e il segreto del letto: Il "Terzo Intersoggettivo" e il Grounding

In una lettura superficiale, Penelope potrebbe sembrare la moglie in tesa attesa.
In realtà, affronta un lutto sospeso durato vent'anni.
Per questo, dopo la violenza della strage, rifiuta un riconoscimento immediato basato sulla forza bruta. Non si fida delle apparenze, cerca il significato.

Ed è qui che emerge il concetto di Terzo Intersoggettivo: la prova del letto nuziale scolpito nell'albero di olivo secolare. Il letto non può essere spostato perché ha le sue radici profonde piantate nella terra, rappresentando di fatto un dispositivo di radicamento (grounding) che offre al corpo traumatizzato di Odisseo la sola base sicura su cui riorganizzare la regolazione emotiva.
Rispondendo con rabbia al presunto spostamento del letto, Odisseo dimostra di possedere la memoria relazionale condivisa. È il momento del vero riconoscimento reciproco: le difese di Penelope crollano non davanti a un vincitore, ma davanti al partner ritrovato.

7. Il "Nostos" Impossibile: Non si torna mai indietro

Il finale del film lascia addosso un silenzio denso. Il nostos geografico si compie, ma quello psicologico si rivela un’illusione. L'Odisseo partito per Troia non esiste più; l'uomo che torna porta addosso le cicatrici indelebili dell'abisso.

La vera guarigione dal trauma non consiste nel cancellare la ferita pretendendo di riavvolgere il nastro del tempo, ma nel trovare il coraggio di guardare l'Altro e dire: "Non sono più quello di prima, tu non sei più quella di prima, ma le nostre radici sono ancora qui. Ricostruiamo da adesso."

L'Odissea di Nolan ci ricorda che la battaglia più dura non si combatte sulle mura di Troia o in mare aperto, ma nella capacità di abitare le nostre macerie interne, ascoltare il corpo che ancora accusa il colpo e ritrovare il coraggio di farsi riconoscere per ciò che siamo diventati.

Giovanni Dipaola

🔍 Dallo schermo alla stanza di terapia

Se guardando questo film hai avvertito quel peso sottile al petto, o se ti trovi in un momento della vita in cui la nostalgia di "chi eri prima" ti impedisce di abitare il presente, ricorda che la terapia non serve a riavvolgere il nastro del tempo. Serve a costruire una nuova casa a partire dalle cicatrici che hai imparato a custodire.

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Riferimenti bibliografici e letture consigliate

  • Benjamin, J. (1995). Like Subjects, Love Objects: Essays on Recognition and Sexual Difference. Yale University Press, New Haven.

  • Bolen, J. S. (1984). Goddesses in Everywoman: Powerful Archetypes in Women's Lives. Harper & Row, New York. (Sugli archetipi femminili del mito antico in psicologia analitica).

  • Bowlby, J. (1988). A Secure Base: Parent-Child Attachment and Healthy Human Development. Basic Books, New York.

  • Levine, P. A. (2010). In an Unspoken Voice: How the Body Releases Trauma and Restores Goodness. North Atlantic Books, Berkeley.

  • Ogden, T. H. (1994). Subjects of Analysis. Jason Aronson, Northvale.

  • Tedeschi, R. G., & Calhoun, L. G. (2004). Posttraumatic Growth: Conceptual Foundations and Empirical Evidence. Psychological Inquiry, 15(1), 1-18.

  • Van der Kolk, B. A. (2014). The Body Keeps the Score: Brain, Mind, and Body in the Healing of Trauma. Viking Press, New York. [Ed. it.: Il corpo accusa il colpo. Raffaello Cortina Editore, Milano, 2015].


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